Sezione: Smarrimento

Nonostante gli sforzi delle autorità civili e religiose per evitare il minamento di San Miniato, fra il 18 e il 23 luglio la ferocia nazista si abbatté sulla città riducendola ad un cumulo di macerie.

Le case prescelte per essere distrutte vennero segnate con una croce, agli abitanti fu ordinato di asciarle immediatamente e all’interno furono piazzate cassette di dinamite. Coloro che si trovavano in località detta Scacciapuce , da dove la città si vede in tutta la sua lunghezza, videro saltare moltissimi edifici: le distruzioni cominciarono dalla zona ovest della città, con l’antico arco di Porta Ser Ridolfo e si susseguirono fino a piazza Santa Caterina. Andarono perduti o irrimediabilmente compromessi anche edifici importantissimi per la storia della città, come il cinquecentesco Palazzo Grifoni, il Teatro Giuseppe Verdi e la Torre di Federico II che gli ultimi guastatori fecero saltare in aria la sera del 23 luglio, prima di ritirarsi definitivamente oltre la linea dell’Arno.

Il viandante che venendo da ogni terra toscana passasse di lì cercava con gli occhi quella vedetta imperiale, che non pareva ormai più cosa fabbricata dalla mano dell’uomo ma generata dalla terra. Ercole Rivalta

I sanminiatesi e gli intellettuali italiani videro nella distruzione della torre un vero e proprio scempio, non solo per la perdita di un monumento antichissimo di grande valore storico, ma anche per la ferita inferta al paesaggio. L’Accademia degli Euteleti di San Miniato nel 1946 costituì un “Comitato per la ricostruzione della Rocca”. Solo nel 1952 si cominciò a valutare la spesa per la rimozione delle macerie, lavoro che fu eseguito l’anno successivo insieme allo scavo del terreno intorno alle fondazioni. Contemporaneamente la Direzione Generale delle Antichità e Belle Arti approvò il progetto di ricostruzione dell’ingegner Emilio Brizzi e dell’architetto Renato Baldi e nel 1956 iniziarono i lavori, finanziati dal Ministero dei Lavori pubblici. La ricostruzione fu ultimata nel 1958.

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